ETF vs. Fondi Comuni di Investimento: quale scegliere?

ETF Vs Fonti comuni - Prometeo Investing

Nel mondo della finanza personale, una delle decisioni più importanti riguarda la scelta dello strumento giusto per costruire e far crescere il proprio patrimonio. Due tra le opzioni più popolari sono: Capire quale dei due sia più adatto non è una questione di moda, ma di efficienza, coerenza con i propri obiettivi e aderenza al profilo di rischio dell’investitore. Cosa sono e come funzionano Fondi comuni di investimento Sono prodotti gestiti da società specializzate (SGR) che raccolgono il capitale di molti investitori per investirlo in portafogli diversificati di azioni, obbligazioni, strumenti monetari, ecc. I gestori decidono attivamente cosa comprare e cosa vendere. I principali vantaggi: Gli svantaggi: Quando si analizza un fondo comune di investimento, è utile seguire questi step: confrontare la performance del fondo con quella di un benchmark appropriato e con altri fondi simili, utilizzando indicatori come il rapporto costi/benefici, lo Sharpe ratio e il tracking error. Attenzione: Alcuni fondi comuni non hanno un benchmark dichiarato, o si definiscono “flessibili”, questo fa sì che sia molto complicato verificarne l’effettiva efficienza rispetto al mercato di riferimento. ETF (Exchange-Traded Funds) Sono fondi passivi quotati in Borsa che replicano la performance di un indice (es. MSCI World, S&P 500, EuroStoxx 50). A differenza dei fondi attivi, non cercano di battere il mercato, ma di replicarlo fedelmente. I vantaggi chiave: Esistono diversi tipi di fondi comuni d’investimento così come di ETF, ognuno con obiettivi di investimento specifici. Eccone alcuni. Fondi azionari: investono principalmente in azioni di società quotate in borsa. Questi fondi possono concentrarsi su regioni geografiche specifiche, settori industriali o capitalizzazioni di mercato. Fondi obbligazionari: investono principalmente in obbligazioni emesse da governi, enti locali o società. Possono variare in base alla qualità del credito, alla durata e al tipo di obbligazioni detenute. Fondi del mercato monetario: investono in titoli a breve termine ad alta liquidità, come certificati di deposito e titoli del tesoro a breve termine. Sono considerati investimenti a basso rischio e sono spesso utilizzati per la gestione della liquidità a breve termine. Fondi bilanciati o misti: investono in una combinazione di azioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari, allo scopo di bilanciare il potenziale di crescita con la stabilità del reddito. Fondi settoriali o tematici: concentrano gli investimenti in un settore specifico dell’economia o in un tema di investimento specifico, come energia rinnovabile, tecnologia o salute. Quindi sfatiamo il primo mito che viene spesso proclamato dai bancari, ovvero “gli ETF sono rischiosi”! Questa frase è priva di senso perché gli ETF sono rischiosi esattamente come i fondi comuni, ovvero molto o poco in base agli asset sul quale investono. Performance: cosa ci dice la storia? Andando nel dettaglio quindi, gli ETF fanno parte della famiglia dei “fondi comuni”, ma rispetto a questi ultimi non prevedono il cosiddetto “rischio gestore”. Gli ETF, in breve, si prefiggono lo scopo di replicare l’andamento di un determinato indice (benchmark) in modo lineare senza cercare di batterlo. La gestione passiva implica la totale assenza di discrezionalità da parte del gestore. L’acquirente, infatti, conosce a priori i titoli in cui il prodotto investirà. Il report SPIVA (S&P Indices Versus Active) di Standard & Poor’s, una delle agenzie di rating più autorevoli al mondo, confronta sistematicamente i rendimenti dei fondi comuni di investimento con quelli degli indici di riferimento che cercano di battere. I risultati di questo report evidenziano una realtà spesso trascurata. Infatti, la maggior parte dei fondi comuni gestiti attivamente non riesce a superare le performance dei loro benchmark di riferimento nel lungo periodo. A questo punto la domanda sorge spontanea: “ha senso comprare un fondo attivo bancario pagandolo venti volte più di un ETF e ottenendo meno rendimento di quest’ultimo?”. Sappi che è una domanda retorica. E allora, perché pagare per una gestione che mediamente fa peggio di un ETF?Semplice: non ha senso. Spesso il rendimento dipende più dall’andamento del mercato che dalle scelte del gestore. È un’illusione comune credere che cambiare banca o fondo attivo migliori i propri risultati: ciò che conta è il mercato sottostante, non il venditore. Costi: un nemico silenzioso Il mondo degli investimenti è un po’ strano. Nella vita di tutti i giorni siamo abituati a pensare che a un maggior costo corrisponda normalmente una qualità più elevata. Pensa a un oggetto qualunque, un maglione: sarai d’accordo con me se dico che un maglione in puro cashmere da diverse centinaia, se non migliaia di euro, sia qualitativamente migliore e più duraturo di uno in sintetico acquistato in qualche catena. É normale, nella nostra vita quotidiana un costo elevato è mediamente sinonimo di qualità.  Nel mondo della finanza e degli investimenti, invece, è esattamente il contrario: più paghi e meno ottieni dai tuoi investimenti. Ecco perché è di fondamentale importanza ridurre il più possibile i costi associati all’investimento e liberarsi dei prodotti finanziari più costosi, perché sono solo una zavorra che ti impedisce di ottenere il giusto rendimento dai tuoi investimenti. Guarda le differenze di costo tra un ETF (un Exchange Traded Fund) e una Polizza Vita Unit Linked: è un abisso, su 100.000€ investiti parliamo di una differenza di oltre 2.500€ di costi in più ogni singolo anno! Quindi, se all’interno del tuo portafoglio di investimenti hai uno o più fondi comuni di investimento, polizze assicurative di natura finanziaria, gestioni patrimoniali o certificati di investimento, fai estrema attenzione perché i loro costi stanno letteralmente uccidendo i tuoi rendimenti e ti stanno impedendo di guadagnare quanto dovresti. Come vedi, i costi dei prodotti di investimento vengono espressi in percentuali. Percentuali del 2%, 3%, 4% all’anno che a leggerle così possano sembrare basse. Ma cosa accade a un investimento che costa il 3% all’anno? Nei grafici presenti a seguire stiamo simulando un investimento di 100.000 euro in un’unica soluzione per 30 anni. Nel grafico 1 il portafoglio ha un rendimento medio del 4% all’anno, quindi per tutti i 30 anni. Il montante finale da 100.000 euro diventerà 324.340,00 euro. Più di tre volte il capitale iniziale. Questo tipo di risultato difficilmente potrà avvenire con un investimento effettuato tramite l’industria del risparmio gestito,

Come diversificare il portafoglio per ridurre i rischi e massimizzare i rendimenti

Come diversificare il portafoglio - Prometeo Investing

Nel mondo degli investimenti esiste una relazione fondamentale che ogni investitore deve comprendere: quella tra rischio e rendimento. Questa relazione rappresenta il nucleo di tutte le decisioni finanziarie. Più alto è il rendimento che si spera di ottenere, maggiore sarà il rischio che si è disposti a correre. Allo stesso tempo, la scelta degli strumenti finanziari con il giusto equilibrio tra rischio e rendimento può fare la differenza tra un investimento di successo e uno che delude le aspettative. Tra i vari strumenti finanziari disponibili, il mercato azionario si distingue come il principale motore dei rendimenti a lungo termine. Tuttavia, investire in azioni comporta anche l’accettazione di una certa dose di volatilità e di drawdown (ovvero perdite temporanee), aspetti che molti investitori trovano difficili da gestire emotivamente. Nonostante ciò, la storia ci insegna che il mercato azionario ha una tendenza a crescere nel lungo periodo, offrendo rendimenti superiori rispetto ad altre classi di attivi. La propensione al rischio rappresenta la disponibilità a sopportare perdite patrimoniali dovute all’andamento negativo del mercato, al fallimento dell’emittente dello strumento finanziario in cui abbiamo investito o al fatto che non esiste un mercato liquido. Quanto più siamo propensi al rischio, tanto più siamo disposti ad accettare che l’investimento non consegua i risultati che ci attendevamo. Nel momento in cui decidi di investire, devi quindi fare queste tre azioni: Nel lungo periodo, il mercato azionario ha mostrato una capacità impressionante di crescere, nonostante periodi di crisi e volatilità. Analizzando i dati storici, si osserva che, nonostante le fluttuazioni temporanee, i mercati azionari hanno una tendenza a lungo termine verso l’alto. Questo è dovuto a vari fattori, tra cui la crescita economica, l’innovazione tecnologica e la capacità delle aziende di generare utili. Questa crescita è comunque sempre accompagnata dalla volatilità. La volatilità è una delle caratteristiche distintive del mercato azionario. Si tratta della misura della variazione dei prezzi delle azioni in un breve periodo di tempo. In pratica, un mercato volatile può vedere oscillazioni significative dei prezzi delle azioni, sia al rialzo che al ribasso. Il drawdown è un concetto correlato e si riferisce alla perdita di valore di un investimento rispetto al suo massimo precedente. Per gli investitori, il drawdown rappresenta una sfida emotiva, poiché vedere il valore del proprio portafoglio ridursi può indurre a prendere decisioni impulsive, come vendere in preda al panico. È importante ricordare che la volatilità e i drawdown sono fenomeni normali nei mercati finanziari e devono essere considerati come parte del processo di investimento. La capacità di un investitore di tollerare questi movimenti di mercato è necessaria per il successo a lungo termine. Ad esempio, l’indice S&P 500, che rappresenta le 500 maggiori società quotate negli Stati Uniti, ha storicamente offerto un rendimento medio annuo di circa il 7-10% dopo l’inflazione. Questo risultato è stato ottenuto nonostante crisi economiche, guerre, e periodi di grande incertezza. Il motivo è che, nel lungo periodo, le aziende tendono a innovare, espandere e generare utili, che si riflettono nell’aumento del prezzo delle azioni. Prendiamo come esempio l’indice MSCI World, uno degli indici azionari più diversificati a livello internazionale. Questo indice replica le azioni di oltre 1.400 società in 23 paesi sviluppati, coprendo mercati in USA, Europa, Asia e altri. Quando si parla di investimenti nel mercato azionario, una delle domande più comuni è: “È possibile perdere tutto?”. Sebbene la probabilità di una perdita totale sia estremamente bassa, non possiamo affermare che sia del tutto impossibile. Analizziamo cosa significa investire in questo indice. Possedere quote dell’MSCI World significa detenere partecipazioni nelle più grandi aziende del mondo, distribuite su diversi settori e regioni. È vero che ciclicamente possono verificarsi crolli significativi, come quello del 2008. Un crollo del mercato può portare a perdite temporanee del 20%, 30% o anche del 40%, ma esse, storicamente, sono state recuperate nel giro di alcuni anni. Arrivare a zero, ovvero perdere completamente il proprio capitale, significherebbe che tutte le più grandi aziende del mondo sono fallite contemporaneamente. Questo scenario, sebbene tecnicamente possibile, è estremamente improbabile. Un evento del genere implicherebbe una catastrofe globale di proporzioni enormi, come un’invasione aliena o una guerra termonucleare globale, situazioni in cui i risparmi sarebbero probabilmente l’ultimo dei nostri problemi. È importante comprendere che quel “numeretto” che rappresenta l’indice su cui stai investendo non è semplicemente un dato astratto, ma il valore complessivo delle 1.400 aziende più grandi del mondo. Questo rende praticamente impossibile perdere tutto il tuo capitale nel lungo periodo. Investire in un indice come l’MSCI World significa puntare sulla crescita e sulla resilienza delle maggiori economie globali, un approccio che, storicamente, ha dimostrato di proteggere e far crescere il capitale nel tempo. In questo grafico analizziamo i maggiori crolli dell’S&P500 negli ultimi 35 anni. Tra questi, la crisi legata al lockdown del Covid-19 rappresenta un evento unico nel suo genere: una discesa straordinariamente repentina seguita da una ripresa altrettanto esplosiva. Tuttavia, questa rapidità di recupero non è la norma. Le crisi finanziarie, generalmente, tendono a svilupparsi e risolversi in tempi più lunghi, richiedendo maggiore pazienza e resilienza da parte degli investitori. Proprio per questa ragione – come approfondiremo nel capitolo dedicato alle asset allocation – è raramente consigliabile adottare un’esposizione del 100% azionaria, se non nelle fasi iniziali di accumulo. Affrontare un portafoglio che si dimezza durante un mercato ribassista è una prova psicologica che pochi investitori riescono a superare senza compromettere i propri obiettivi finanziari. C’è, però, una costante che la storia ci insegna: dopo ogni crisi, per quanto severa, i mercati hanno sempre ritrovato la strada della crescita, tornando in positivo nel giro di qualche anno. Questo rende ancora più importante una strategia ben pianificata e un approccio disciplinato agli investimenti. Pensate alla cosa più significativa che abbiate mai fatto. Scommetto che ha richiesto una certa dose di rischio, incertezza e duro lavoro. In questo, come in tutti i rischi, c’è una lezione preziosa: cercare la certezza significa condannarsi alla mediocrità. Nulla è meno sicuro del giocare d’anticipo e nulla garantisce la perdita come il tentativo di evitarla. Si pensi alla persona che rimane

Quanti soldi perdete investendo in fondi comuni senza saperlo

Quanti soldi perdete investendo in fondi comuni senza saperlo

I motivi per i quali i fondi comuni sono un investimento che vi fa perdere soldi senza che possiate accorgervene, aumentando anche i vostri rischi. Il testo unico della finanza afferma che: Un fondo comune d’investimento è un istituto di intermediazione finanziaria definito come «organismo di investimento collettivo del risparmio» costruito in forma di patrimonio autonomo, suddiviso in quote, istituito e gestito da un gestore. In parole semplici un fondo di investimento, raccoglie i risparmi degli investitori per investirli in strumenti finanziari attraverso la gestione di un gestore professionista che decide i titoli «migliori» da acquistare. I fondi comuni sono uno dei principali strumenti di investimento degli italiani. Sono fondi detti a gestione attiva, ovvero che presuppongono che il loro gestore selezioni attivamente i migliori titoli da inserire nel fondo al fine di ottenere un rendimento superiore a quello del suo indice di riferimento. Le commissioni che si possono pagare investendo in un fondo comune sono: Oltre a tutti questi costi, sono presenti anche altre spese amministrative, legali e legate alle operazioni di portafoglio. Le commissioni di gestione e distribuzione sono spesso raggruppate insieme come “spese correnti”. Tutte le commissioni sono elencate in un documento informativo (KIID, Key Investor Information Document). Risulta abbastanza chiaro che, con costi simili, non potrete mai guadagnare quanto dovreste quando i mercati salgono, mentre avrete invece ottime possibilità di perdere molti più soldi quando i mercati scendono. Quando si sottoscrive un PAC bisogna porre molta attenzione alle condizioni di sottoscrizione. Capita di frequente infatti di dover pagare dei costi esorbitanti se il Piano di Accumulo è un piano di importo contenuto come i famosi 100 euro mensili accantonati. Innumerevoli studi e ricerche hanno dimostrato che per i gestori è impossibile “battere il mercato” su base continuativa e che la quasi totalità dei fondi comuni offre ai risparmiatori rendimenti inferiori a quelli dei mercati in cui investono. Questa tabella qui su non tiene conto inoltre del tasso di sopravvivenza dei fondi. Ovvero mostra anche fondi che nel frattempo sono stati chiusi o liquidati perché ancora meno efficienti. La situazione reale è quindi pure peggiore di quella rappresentata. Basta vedere nella tabella qui sotto che il tasso di sopravvivenza dei fondi. Ne risulta che sono molti di più quelli chiusi rispetto a quelli che sopravvivono. Per rappresentare graficamente l’inefficienza dei fondi comuni, da questo grafico potete notare il confronto tra un fondo attivo e il suo indice di riferimento. Prendiamo ad esempio questo fondo azionario USA “Growth”, il cui costo è del 2,49% all’anno (linea blu), paragonato all’andamento del suo mercato di riferimento (in rosso): Negli ultimi cinque anni questo fondo è salito del 52%: sembrerebbe un ottimo risultato e magari potreste anche esserne soddisfatti, ma solo se non scoprirete che il mercato in cui avete investito tramite il vostro fondo in realtà è salito del 151%, non del 52% che avete ottenuto dal vostro investimento. In pratica, investendo 10.000 euro avreste dovuto guadagnarne altri 15.100 per ritrovarvi con 25.100 euro finali, mentre con questo fondo ne avreste guadagnati solo 5.200 ritrovandovi con 15.200 euro, un mancato guadagno di ben 9.900 euro. Ecco perché il solo fatto che il fondo salga di valore non è sufficiente a dimostrarne la qualità. Questo fondo è un esempio perfetto di un pessimo investimento su cui i risparmiatori sono, ahimè, ben felici di restare investiti per anni solo perché vedono il fondo salire, non potendosi rendere conto del fatto che invece il fondo continua a perdere (e di parecchio) rispetto al mercato. La vostra banca invece vi dirà che sta andando tutto benissimo e che state guadagnando ben il 52%, e continuerà ad incassare le sue commissioni.

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